Quei naufragi che non vediamo

TR15_novembre_1Aylan era partito con la sua famiglia dalla Siria, un Paese che come molti altri non esiste più. Esiste solo la guerra, le bombe che cadono dal cielo a tutte le ore del giorno e i terroristi dell’Isis che combattono contro i ribelli. Non è più possibile vivere in condizioni del genere, e allora bisogna partire, scappare, trovare un posto più sicuro dove potersi creare un futuro dignitoso.

Ed è proprio questo futuro che i genitori di Aylan avevano in mente per lui e per il suo fratellino. Ma come è successo e continua a succedere le cose non vanno secondo i piani, o perlomeno secondo le speranze. Il viaggio di Aylan è terminato proprio sulla stessa spiaggia da cui era partito poche ore prima, il suo corpicino era lì, immobile, lungo la riva. Ed ancor prima che Aylan venisse portato via da un paramilitare turco, qualcuno ha pensato bene di scattare una foto, quella foto che nell’arco di poche ore ha fatto il giro del mondo.

Quello che ora ci chiediamo è: andava veramente scattata quella foto? ma soprattutto: è giusto che sia stata mostrata al mondo? Sono dell’idea che in una società spesso passiva a ciò che la circonda come la nostra l’unico mezzo in grado di scuoterci è l’immagine. La storia del piccolo Aylan non è un caso unico, ogni giorno uomini, donne e bambini perdono la vita cercando di arrivare sulle nostre coste, ma la foto di quel bambino ci ha particolarmente toccato e fatto riflettere, forse perché ci assomiglia veramente tanto. Giornali, telegiornali, programmi di attualità televisivi per giorni hanno proposto in prima pagina la foto di Aylan, aprendoci ancora di più gli occhi e costringendo ognuno di noi a guardare almeno una volta quell’immagine, diventata il simbolo di quelle tragedie che quotidianamente avvengono vicino alle nostre coste, di tutti quei naufragi che non vediamo. Ma come spesso accade, un terribile fatto di cronaca si può trasformare in uno strumento di speculazione (basta accendere ogni pomeriggio la televisione); l’importante è ricordarsi sempre che, quando accade una tragedia, dall’altra parte c’è qualcuno che piange per la scomparsa di un caro e il rispetto dovrebbe essere alla base di tutto.

Articolo scritto da Vittoria Francescangeli

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