Da Palermo a Parigi: il boato del cambiamento

TR06_dicembre_2“Coloro che vivono e si nutrono di violenza hanno perso la dignità umana. Sono meno che uomini, si degradano da soli, per le loro scelte, al rango di animali.”

Parole del beato Don Pino Puglisi nella messa del 25 luglio 1993. Meno di due mesi prima di essere ucciso dalla mafia perché “troppo scomodo”, circa un anno dopo gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino. Attentati che, nella loro crudeltà, hanno aperto gli occhi a tutti coloro che dicevano che la mafia non esisteva. Hanno dato la forza di rialzare la testa e  reagire a tutte le persone che erano sfruttate e vivevano nel terrore. Ancor più, hanno fatto capire a tutti che la mafia deve essere combattuta, nonostante ciò che può fare nei nostri confronti, per il bene di tutte le altre persone che vivono vicino a noi.

Proprio come gli attentati di Parigi del 13 Novembre scorso, che hanno aperto gli occhi a  chi pensava che l’ISIS non fosse un problema vicino. Questi attentati hanno colpito il cuore della nostra Europa, della nostra civiltà. E l’Europa ha avuto paura, proprio come le vittime della mafia. Per un paio di giorni c’è stato un silenzio agghiacciante. Silenzio di terrore. Silenzio atipico per un  venerdì, per un sabato, per una domenica. Silenzio proprio come quello dell’omertà. E i pianti. Pianti dei parenti delle vittime, dei loro amici, dei loro conoscenti e di chi queste persone neanche le conosceva. Poi però l’Europa ha deciso di reagire. Tutti i cittadini si sono come risvegliati da un letargo, con un boato. Un urlo di liberazione e di rabbia per quelle persone che sono morte ingiustamente. Perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Boato come quello che è stato provocato dai 15 quintali di esplosivo scoppiati al passaggio delle macchine del giudice Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Boato che ha fatto volare via le loro macchine, facendoli morire sul colpo e sfigurando i loro volti.

Boato che ha spinto gli stessi parenti, amici, conoscenti e persone comuni che prima piangevano a far sentire la loro voce. A portare presso i luoghi degli attentati lettere, pensieri, fiori, disegni e piccoli oggetti in ricordo di tutte quelle vittime.

Proprio come succede in Sicilia, a Palermo. Dove, tra i palazzi e i negozi, in mezzo al cemento spunta un grande albero. E’ l’albero dedicato a Falcone e Borsellino. Albero che dal 1992 raccoglie pensieri e ricordi su due grandi uomini che hanno cambiato la storia di questa città, della Sicilia e dell’Italia intera. Passandoci davanti, oltre a una strana sensazione di malinconia e tristezza, non si può fare a meno di provare un po’ di orgoglio. Essere orgogliosi dei due giudici, di ciò che hanno fatto, del fatto che fossero Italiani, persone comuni, proprio come noi. Persone che hanno sacrificato la loro vita per una causa più grande, per permettere di vivere in maniera migliore a tutti i Siciliani che sarebbero venuti dopo di loro. Persone che non sono morte invano. Anzi. Grazie a loro il nostro paese è un posto migliore. Grazie a loro oggi la gente lotta per quello in cui crede. Per quello che ritiene sia giusto. Grazie a loro oggi si parla di mafia. E grazie a questo dialogo si tenta di sconfiggerla. In maniera pacifica.

Proprio come bisognerebbe fare con l’ISIS. Queste vittime non devono morire invano, ma spronare a qualcosa. A migliorare i nostri rapporti, a tentare di trovare una soluzione pacifica. Non devono insinuare in noi paura verso le persone islamiche e non dobbiamo collegare l’Islam al terrorismo, dato che non tutti gli islamici sono estremisti e terroristi. Proprio come non tutti i Siciliani sono mafiosi. Anzi, in tutti due i casi i Siciliani e gli Islamici sono le principali vittime della situazione in cui si trovano.

E allora, viva il dialogo costruttivo. Soprattutto tra i più giovani, nelle scuole. Perché, come diceva don Pino: “Con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace”. Sarà efficace.

Articolo scritto da Silvia Lucchesi

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