2015, allarme rosso: intossicazione da social network

Vivona“Non è tutto oro ciò che luccica: una frase fatta ma che, se parliamo dei social network e della loro diffusione, si adatta alla perfezione. Provate a chiederlo a Max Schrems, il giovane austriaco che è arrivato qualche settimana fa sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per essere riuscito a battere davanti ai giudici della Corte di Giustizia dell’Unione europea Facebook, il re dei social network creato nel febbraio del 2004 da Zuckerberg. Max ha ottenuto che la sentenza della Corte di Giustizia gli desse ragione, dicendo che esportare i dati di una persona da Facebook ai suoi server negli USA significa violarne la riservatezza perché agenzie di sicurezza come la NSA possono accedere alle informazioni in possesso di società private.

Ad essere messo in discussione, in questo caso, è il diritto alla privacy, ma vi sono molti altri rischi connessi all’uso dei social network, come quello che è definito “diritto all’oblio”: la garanzia che quello che metto in rete possa essere totalmente rimosso quando e se vorrò farlo. Provate a cancellarvi da Facebook e scoprirete che è molto più difficile di quanto immaginiate. E, in più, non avrete mai la certezza che quello che da Facebook è sparito non sia rimasto indicizzato nei mega archivi digitali di Google. Quelli che le società di ricerca del personale consultano abitualmente per conoscere il più possibile sui candidati ad una assunzione.

Ecco perché prima abbiamo parlato di abuso. Cadere nell’eccesso opposto e liquidare come una sorta di pericolosa epidemia la diffusione dei social network sarebbe un errore non meno grave. Il vero problema infatti è l’uso corretto di Internet e dei suoi strumenti, una vera e propria igiene digitale. Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo di igiene digitale? Alla fortissima dipendenza da internet di adulti e giovani, tra i quali vi è una differenza nella fruizione dei social. I dati, infatti, mostrano che i giovani hanno allentato i rapporti con Facebook, che si va trasformando in strumento di marketing per le aziende e migrano su altre piattaforme come Instagram e Snapchat, gli astri nascenti del momento. Instagram dal 2012 appartiene al solito Zuckerberg che l’ha aggiunto alla sua scuderia digitale spendendo un miliardo di dollari. Oggi comprende 400 milioni di utenti, spesso affetti da quella che gli psicologi definiscono “ossessione da like”. Snapchat è, invece, una rete sociale che consente di inviare ai propri amici foto e video che, dopo essere stati visualizzati per alcuni secondi, spariscono per sempre.

Ci sono sintomi che indicano quando abbiamo superato il punto critico, il confine tra l’uso e l’abuso di questi potenti strumenti di interazione. Segnali evidenti di come stiamo progressivamente scivolando in una forma di schiavitù. A cominciare dalla ricerca dei cartelli che indicano la disponibilità del free Wi-Fi, dal senso di ansia che ci procura la presa d’atto che il nostro rapporto con il mondo esterno si interromperà. Un atteggiamento patologico che ci esclude dall’ambiente in cui viviamo e che ci trasporta in un universo parallelo dove il bene e il male si riducono nel pollice in su o in giù di una piccola icona.

Ma disintossicarsi si può. Il ricercatore olandese Geert Lovink ha addirittura organizzato una “Facebook Liberation Army”, una giornata d’addio al social di Zuckerberg in programma il 23 giugno ad Amsterdam. È una strada, ma non c’è bisogno di aspettare giugno per cominciare. E non c’è nemmeno bisogno di integralismi, in giro ce ne sono già troppi e sono tossici. Internet ha cambiato i nostri stili di vita, ha reso possibili straordinari processi. Rimuoverlo dalla nostra vita è dannoso, prima ancora che impossibile. Virtuale e reale sono destinati a convivere e possono arricchirsi a vicenda. Sarà una vita più complessa, ma la complessità è un valore, un’opportunità per stare meglio con gli altri e con se stessi. È una sfida che vale la pena di affrontare.

Articolo scritto da Giulia Pellini

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