Allerta si’, allerta no
C’era una volta un’isola, o meglio una penisola, nel Mediterraneo, antico centro del mondo e ora in balia dei dispetti della natura. C’era una volta il pezzo di terra più mite e gradevole del pianeta intero, terra ambita dai freddi stranieri del nord come dai roventi conquistatori del sud. C’era una volta l’Italia. Starà pensando l’italiano medio, nel calore della sua casetta, tra lo stare in magliettina o in un caldo pullover, perso e confuso tra le numerose previsioni meteo, un giorno in un modo, domani chissà. Starà pensando l’italiano medio: “Ha mai piovuto così tanto in un giorno?”. E al telegiornale scorrono incessanti immagini di disastri, fiumi di fango e acqua nelle strade, bloccate da auto impantanate e camion rovesciati, poveri anziani mentre osservano ciò che resta del loro soggiorno trasformato in una piscina indesiderata. Sembra quasi la scena di un film o del classico servizio su uno dei tanti uragani che hanno piegato la “signora America” in questi anni. Gli esperti parlano di cambiamento climatico o più specificatamente “tropicalizzazione del clima”, un fenomeno che si era già manifestato da tempo con le continue migrazioni di pesci esotici nei nostri mari. Si sa, però, l’uomo in genere non è avvezzo ad ascoltare i segni della natura, credendosi spesso superiore, peccando di superbia. Superbia che la natura nella maggior parte dei casi non perdona ed ecco, dunque, presentatosi il ciclone che sta facendo dell’Italia un cumulo di fango e terra. Solo in Sicilia i danni hanno portato alla chiusura di numerosi tratti di autostrada, alberi caduti a causa del forte vento, mezzi bloccati nelle voragini createsi. Per non parlare poi dei danni alle centrali elettriche e agli acquedotti, che hanno costretto gli abitanti di Messina all’assenza di acqua. È come se la zona equatoriale ci stesse inglobando, sostituendo quindi quella che era una fascia climatica tra le più miti ed equilibrate del pianeta. Tutto ciò comporta il cambiamento delle condizioni climatiche, inclini adesso a quelle tipicamente tropicali, ovvero estati sempre più roventi anche nelle zone del Nord Italia, precipitazioni sempre più intense, aumento delle scariche di fulmini, inverni più miti. Una vera e propria rivoluzione! Il dubbio che sorge spesso è: “Riusciremo ad adattarci?”. Purtroppo gli esperti non sono molto ottimisti al riguardo ed entro il 2050 si parla della scomparsa di circa il 16% dei pascoli nelle zone alpine e poi la siccità, il rifornimento idrico scarseggiante, l’aumento degli incendi annuali. Come se non bastasse le attuali strutture e i servizi non hanno retto il confronto con queste varie calamità, che dunque hanno prodotto ingenti danni alle imprese e all’agricoltura. Se già a metterci in difficoltà eravamo noi stessi con i nostri errori, adesso ci si mette anche la natura, danno e beffa! L’uomo ha da sempre un conto in sospeso con la natura, che gli ha posto numerosi ostacoli nella sua opera di espansione, attraverso strutture al limite del possibile, che hanno intralciato spesso il corso di un fiume, la sanità di un’area boschiva. In Italia, poi, da sempre regna la logica del “domani si vedrà”, un domani che sembra essersi presentato prepotentemente alle nostre comode dimore e che attualmente non sappiamo affrontare.
Articolo scritto da Mauro Porto
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