L’incantatrice di numeri

Immaginatevi di passeggiare per le strade di una Londra ottocentesca, ombrellino in mano per ripararvi dai timidi raggi di sole. Donne imbellettate in abiti di taffettà affollano le strade. Un odore penetrante di carbone colpisce i sensi, facendovi notare la fuliggine che ricopre gli edifici. Nelle botteghe si sente il rumore delle penne d’oca che graffiano la carta. Da una carrozza scende una donna ben vestita dall’aria aristocratica e indipendente. Decidete di avvicinarvi. Ed è allora che notate il fagotto che porta in braccio, una bambina ancora ignara del caotico contesto cittadino in cui è stata trascinata. Ed è qui che inizia la nostra storia.
Ada Lovelace nasce il 10 dicembre 1815. All’età di solo un anno si ritrova (dopo il trasferimento con la madre a Londra) al centro di circoli aristocratici strabilianti per la sua educazione, molto elevata e all’epoca insolita per una donna.
Ed è proprio in uno di questi circoli che nel 1883 farà l’incontro che le cambierà la vita. Charles Babbage, matematico scontroso accomunato dalle stesse passioni, divenne suo mentore, amico e collega, il primo a capire realmente la portata del talento di Ada, tanto da definirla “incantatrice di numeri”. Gli bastò mostrarle il prototipo (strano, insolito, audace) di una macchina calcolatrice per affascinarla tanto da dedicare la sua vita a quel progetto. La macchina in questione era capace di svolgere calcoli automaticamente, un’ambizione veramente molto alta considerando il panorama dell’epoca.
La collaborazione tra i due studiosi purtroppo non diede mai a risultati concreti per le dimensioni immense e i costi proibitivi del progetto, ma non bastò questo a fermarli. Ormai le loro menti concepivano traguardi ben più alti: la macchina analitica, capace di operazioni molto più complesse. A questo punto Ada andò oltre. Arrivò a immaginare qualcosa di cui nemmeno Babbage era stato capace: trasformare la macchina analitica in un computatore.
Aggiungendo diverse note al un articolo che esponeva i progressi suoi e del collega, capì che il macchinario poteva fare molto più che manipolare numeri. La macchina analitica funzionava con un meccanismo di input per inserire i dati, uno per rielaborarli e uno di output che forniva i risultati. Ada intuì che assegnando un simbolo ad ogni numero si aumentavano le potenzialità della macchina, permettendo di programmarla e quindi di fornirle degli strumenti di ragionamento paragonabili ai moderni software. Un concetto mai anche solo accennato o minimamente pensato. “La macchina analitica tesse pattern algebrici esattamente come il telaio Jacquard tesse fiori e foglie”, come affermerà lei stessa.
Ad ogni modo i progetti geniali di Ada Lovelace e Babbage verranno accantonati, messi da parte ma non dimenticati. È su di essi, e in particolare sulle annotazioni di Ada, che Alan Turing cento anni dopo si baserà per capire che i numeri utilizzati dai computer potevano essere associati ad altro, fino a risolvere addirittura algoritmi. Fu così che il sogno di una ragazza aristocratica inglese con la passione per i numeri e di un burbero matematico all’inizio della sua carriera venne realizzato.
Ma la storia non finisce qui. Secondo una stima statunitense le donne che lavorano nell’ambito scientifico e informatico sono diminuite negli ultimi vent’anni (con un 34% di occupazioni “rosa” nel 1990 contro il 27% del 2011). È per questo che dall’ottobre 2009 si festeggia l’Ada Lovelace Day, giornata svolta a promuovere i ruoli femminili nel mondo scientifico e tecnologico, mondo troppo spesso dominato da giacche e cravatte e precluso alle donne.
Ada Lovelace morì il 27 ottobre 1852 all’età di 36 anni. Ma il suo sogno e la validità dei suoi progetti non si fermarono né con la sua morte né con la realizzazione dei primi computer. Forse il merito più grande di questa donna non va tanto agli ammirevoli calcoli, quanto al coraggio nell’affrontare gli ottusi pregiudizi e i luoghi comuni di un mondo (solo?) all’epoca tutto al maschile.
Articolo scritto da Eleonora Bordignon
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