Kramer contro Kramer: un ritratto realistico

TR02_dicembre_2Dustin Hoffman e Meryl  Streep  nel  1979 firmano assieme al regista Robert Benton una pietra miliare del cinema: “Kramer contro Kramer”, pellicola pluripremiata e recensita più e più volte. Sono trascorsi trentasei anni e tutt’ora appare un film moderno e innovativo. Tuttavia, non si parla solo di scelte di regia. L’intera trama è intrisa di un significato dolceamaro, di un desiderio di far evolvere la storia in maniera lineare e quanto più realistica. Non è l’amore che vince, né tantomeno c’è il tipico colpo di scena che colpisce. I personaggi semplicemente crescono. L’abilità nell’averli resi molto “umani” e senza maschere teatrali coinvolge emotivamente lo spettatore, tanto che sembra si inizi una sorta di processo di maturazione collettivo. Ma c’è da dare il merito anche alla scelta innovativa della tematica affrontata. Infatti, il cinema ha narrato spesso del doloroso e drammatico processo quale il tradimento, la separazione o la crisi coniugale in chiave femminile. In Kramer contro Kramer la storia trasporta gli spettatori in un nuovo specchio della società: la crisi di un uomo abbandonato dalla moglie che, preso dallo stile perversamente pragmatico e lavorativo di un ambizioso carrierista, non è in grado di accorgersi dell’importanza di suo figlio, Billie. È qui che autore e regista mettono a nudo il protagonista, mostrandone tutti i suoi limiti: un uomo che improvvisamente diventa incapace di gestire i rapporti lavorativi perché incapace di gestire da solo il rapporto affettivo con il bambino. Tuttavia la storia prosegue presentando svolte positive, come la nascita del rapporto sempre più intenso tra padre e figlio. Nel momento in cui Johanna, mamma Kramer, torna, il suo personaggio da vittima diviene antagonista. Instaurando un processo per ottenere la custodia del piccolo Billie, in qualche modo rompe la serenità creata con tanta fatica. Appare come una donna fredda e ostile, determinata a vincere la causa. Erroneamente non si tiene conto del pregresso, vale a dire del rapporto che c’era in precedenza tra lei e il figlio. Johanna ha tutto il diritto di chiedere la custodia, e anche di vincere la causa. E la vincerà. Tuttavia succede qualcosa: da “regina delle nevi” si trasforma in madre, ammettendo i propri errori e, se proprio lo si vuole dire, offrendo il tanto agognato colpo di scena. La pellicola, difatti, si conclude con la rinuncia di avere l’affidamento del figlio. Non è una scelta puramente commerciale quella dell’autore, ma effettivamente realistica.  Il ritmo non è incalzante, non ci sono dialoghi particolarmente intrisi di pathos. Si gioca soprattutto sul finale e sui monologhi magistralmente interpretati dai due premi Oscar, intensissimi e commoventi. “Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo, ma per lo stesso principio vorrei capire quale legge dice che una donna è un genitore migliore semplicemente in virtù del suo sesso? Ho avuto tempo di pensarci molto […]. Cos’è che fa un buon genitore?[…] Ha a che fare con l’amore, come diceva lei, e io non so dov’è scritto che una donna ha l’esclusiva, il monopolio, e che l’uomo differenzia di certi sentimenti che ha la donna.” In sostanza non è una storia obsoleta e riesce ad avvolgere in un turbine di emozioni anche coloro che non hanno vissuto in prima persona situazioni complesse come quelle narrate nel film.

Articolo scritto da Beatrice Tranquilli

Stile: 3
Originalità: 3
Messaggio positivo: 2
Cogitabilità: 2

Commenti
Back to Top