L’uomo che non piantera’ gli alberi
Ogni giorno pianta cento ghiande e poi aspetta. Aspetta che, albero dopo albero, nasca una foresta.
Il ragazzo incontra l’uomo che pianta gli alberi nel 1910 prima di partire per la guerra. Congedato, torna dieci anni dopo negli stessi luoghi in cui aveva conosciuto2l’uomo e scopre che cosa è nato dalle ghiande che innaffiava con la propria speranza. Non solo la foresta che l’uomo sognava, ma il primo angolo di un mondo che avrebbe indossato abiti verdi.
Jean Giono scrive di un uomo. Un uomo come noi, ma con una storia diversa, perché ha scelto di viverne una diversa, di rendere il mondo un posto migliore.
È la storia di Elzéard Bouffie: l’uomo che piantava gli alberi.
Sono trascorsi sessantatré anni dalla pubblicazione del racconto “L’uomo che piantava gli alberi” e Giono ha salutato per sempre questo mondo prima di vederlo abbandonare il grigio per vestire un colore almeno un po’ più simile al verde.
Il racconto rimane ancora oggi culla di una speranza che però non è riuscita a divenire realtà, almeno non nel mondo reale.
Erano in molti a credere che Elzéard Bouffie fosse realmente esistito e anzi che la storia fosse autobiografica.
“Mi dispiace deludervi” scrive in una lettera l’autore nel 1957 “ma Elzéard Bouffie è un personaggio inventato. L’obiettivo era quello di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi”.
Soffermiamoci ora sulla prima parte della frase. “Mi dispiace deludervi” scrive Giono, ma la delusione dei lettori nasce dal fatto di aver commesso l’errore di associare un personaggio letterario a un uomo reale e non di scoprire che non esiste un posto verde, di una lunghezza di 11 km, piantato da un solo uomo. No, quello non importa. Altrimenti qualcuno avrebbe in qualche modo migliorato il mondo in cui ci troviamo oggi. Ognuno nel proprio piccolo.
Alberi. Ce ne sono tanti, ma non abbastanza. Non basta stare fermi e dire: ‘non sono ancora morto, vuol dire che ce ne sono ancora’. Perché la scorta finisce ad un certo punto.
Proprio come con gli alberi di Natale. Anno dopo anno ci si reca a comprarli, si fa felice un uomo, si fa felice una famiglia e quando la scorta termina se ne tagliano altri. Tutti sono allegri, il desiderio di felicità, a Natale, riunisce ogni persona, anche le più diverse. Non ci accorgiamo però che accanto ai nostri sorrisi ci sono anche molte lacrime.
L’albero soffre, il mondo e noi con lui, ma noi ignoriamo questa sofferenza che non si manifesta esplicitamente.
Muoiono moltissimi alberi ogni giorno: per fabbricare della carta, perché serve del legno, perché una tempesta li sradica via.
Poi c’è il Natale, quando tantissimi abeti muoiono ogni anno e ad ucciderli siamo noi che li allontaniamo dalla loro casa e li portiamo nella nostra.
Non possiamo fare altrimenti, perché non esisterebbe il Natale senza l’albero come non esisterebbero i libri senza la carta: non si potrebbe scrivere.
No, non si può rinunciare alla carta perché è divenuta essenziale, non si può rinunciare al legno, così come non si può rinunciare all’albero di Natale. Assolutamente. Ma forse si potrebbe riflettere un secondo di più prima di comprarne uno o di scrivere qualcosa utilizzando la carta. Il mondo ve ne sarà grato.
Giono non ha visto il proprio sogno realizzarsi, il suo protagonista sì. Forse allora la soluzione è fingere di essere noi i personaggi di una storia, di essere i protagonisti e di essere sicuri di vincere perché in un libro si vince sempre. Forse basterebbe questo: essere più forti perché in questo modo si rende il mondo più forte. Forse basterebbe che la terra si osservasse in uno specchio più grande per capire quanto il verde le doni.
Possiamo essere protagonisti, narratori e scrittori, scrivere la nostra storia. Senza fare troppi errori.
Altrimenti è carta sprecata.
Articolo scritto da Ester Ziarati
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