Quello che sto chiedendo e’ uguaglianza

TR18_novembre_1Sono il detective Laurel Hester, lavoro per il Dipartimento di Polizia da 23 anni. Mi hanno appena diagnosticato un tumore ai polmoni al quarto stadio. Quando i miei colleghi eterosessuali muoiono, la loro pensione viene trasferita al coniuge; ma poiché la mia compagna è donna, io non ho questo diritto. In tutta la mia carriera non ho mai chiesto favoritismi: quello che sto chiedendo è uguaglianza.”

Sebbene questa frase non venga detta subito, è proprio quando Laurel Hester (interpretata da una eccelsa Julianne Moore) pronuncia queste parole che il film comincia davvero. La storia della battaglia, reale ed estenuante, che due persone hanno dovuto affrontare affinché venisse riconosciuto un loro diritto. Ispirato a fatti realmente accaduti nel 2005, trasposizione cinematografica del documentario diretto da Cynthia Wade nel 2007, è ora più attuale che mai. Questa pellicola tratta un argomento tanto semplice quanto discusso, in Italia e nel mondo: quello delle coppie omosessuali. Semplice perché, come il film mostra in maniera brillante, queste persone sono persone ordinarie, Stacy e Laurel potrebbero essere le nostre vicine di casa, le nostre insegnanti, nostre amiche. Persone di cui non ci accorgiamo mai sul serio, fino al momento in cui sappiamo del cancro di Laurel. Paradossalmente, la malattia è stata quasi liberatoria per lei, perché le permette di uscire finalmente allo scoperto, sotto gli occhi di una comunità non troppo liberale. Laurel stessa cerca, inizialmente, di nascondere la sua omosessualità, arrivando a mentire al suo amico e partener, con cui ha lavorato per tutta la sua carriera. Nonostante sia una donna di mezza età, ha gli stessi timori di chi ha appena scoperto di essere diverso dalla massa e cerca di ometterlo, convinta che la cosa verrà vista negativamente. Sarà Stacie, la sua compagna (interpretata da Ellen Page) a spingerla sempre di più al coming out, a liberarla sempre di più dai suoi timori e dalla sua repressione, pur essendo molto più giovane di Laurel. I timori della donna non sono certo infondati, nessuno accetta il fatto che le due donne siano così aperte riguardo alla loro relazione, nemmeno la reazione del suo collega, Dane, che la conosce da 23 anni, all’inizio sembra totalmente favorevole; ma è anzi un miscuglio di rabbia per non esserne venuto a conoscenza prima e la sorpresa dovuta all’annuncio inaspettato. Ma tutto questo passa in secondo piano al rivelarsi della malattia della donna, e Dane diventa il primo e più agguerrito sostenitore della causa di Laurel e Stacie, che si trovano schiacciate non solo dal cancro, ma soprattutto dal bigottismo di una società che considera il matrimonio eterosessuale come l’unico eticamente accettabile. Questo film non è esente da difetti, ma non ha la presunzione di voler essere perfetto, semplicemente vuole raccontare una storia comune, sfruttando due nomi molto conosciuti dal mondo del cinema, per far riflettere gli spettatori. E riesce bene non solo in questo, ma anche a descrivere gli stati d’animo di chi subisce discriminazioni ed ingiustizie. Un’altra qualità del film è quello di essere indipendente e volutamente femminista. Quando Stacie cerca lavoro come meccanico, in poche battute capiamo quanto gli stereotipi di genere siano ancora radicati nella mente delle persone, che ritengono il meccanico un lavoro maschile. Non è da considerare una coincidenza che questa pellicola sia stata presentata in anteprima a Roma, capitale di un paese come l’Italia che ha ancora molti passi in avanti da compiere sul tema dei diritti umani. Sarà un bel giorno quello in cui potremmo dire che film come questi non servono, che sono solo semplicemente pellicole da guardare in famiglia un sabato pomeriggio. Peccato che, ora come ora, film del genere servano.

Articolo scritto da Alessia Saragozza

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