Il fiume in piena
“L’angelo chiese alla piccola Aurora:
– Cosa vuoi essere da grande?
– Felice rispose lei.
– E cos’è essere felice?
– avere una famiglia che ti ama, giocare, sorridere, mangiare ogni tanto la pizza, stare in salute, sentirsi utile a qualcuno, avere qualcuno che ti ama così tanto da leggerti un libro o da regalartene uno, alcuni buoni amici con cui correre e dimenticare le cose brutte.”
Stephen Littleword, L’angelo e Aurora
Che i bambini possano insegnare agli adulti e siano in grado di decifrare l’incomprensibile linguaggio della natura, non è una scoperta nuova, lo sosteneva già Rousseau. Ma di fronte ad una bambina che, esattamente come Aurora, nella sua ingenuità e inconsapevolezza, è fortemente consapevole del concetto di felicità e di famiglia, al di là di tutte le teorie che rivelano la saggezza dei bambini, la meraviglia è sempre nuova e sorprendente.
La vita scorre continuamente e noi, diversamente da Aurora, siamo qui, quasi incapaci di afferrare concetti, a vederla scorrere. Ogni cosa, ogni persona va e viene e la felicità sembra sfuggirci costantemente dalle mani. Sembra. Ci ricacciamo nello stato del “vedere, inerti, il fiume in piena” e pensiamo che la vita sia proprio questa, così varia, frenetica, che non si ferma un instante e non ci permette di afferrare qualche concetto “pieno” che dia un senso alla nostra esistenza. Tutto passa, o meglio, tutto ci sembra che passi. Perché dimentichiamo che la felicità non va cercata ma vissuta; perché ci rifiutiamo di credere che la felicità risieda nelle piccole cose quotidiane; perché non comprendiamo come basti guardarsi intorno perché tutto, sorprendentemente, acquisti un senso. Tutto passa, eppure qualcosa, qualcuno continua, instancabilmente, ad esserci sempre.
“La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori delle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava.”
(Erma Bombeck)
È lo scrigno della felicità. Un salto dentro e non ne vuoi uscire più. Perché quando sei avvolto dal calore dell’amore e della famiglia non c’è cosa che ti faccia sentire più vivo. E la nostra vita è proprio questa: vogliamo sentirci vivi, vogliamo vivere per essere felici. Cerchiamo la felicità ovunque senza renderci conto che il nostro punto di partenza, nonché di arrivo, è l’essenza stessa della nostra felicità.
Ogni giorno della nostra vita, infatti, per quanto fuggitivi vogliamo essere nei nostri confronti e nei confronti della realtà che viviamo, non possiamo non tornare alla base, al punto di partenza, non riusciamo a fare a meno di riaprire la porta di casa e riabbracciare, con amore immenso, la nostra quotidianità, che, potesse cadere il mondo, è sempre lì ad aspettarci. Quotidianità che nasce dalla famiglia, vive in essa e nella stessa trova la sua più sublime ragion d’essere. Andiamo ovunque ma il punto di andata e di ritorno è sempre lo stesso: la famiglia. Perché tra l’inquietante dubbio di dove siamo venuti e di dove andremo, siamo certi di dove siamo. La famiglia è la prima certezza, la prima e ultima ancora della nostra vita, ciò che ci ha seminato e coltivato, ciò che semineremo e coltiveremo. “La famiglia è il motore del mondo e della storia”, ha detto Papa Francesco, illuminando tutti ancora una volta. È il perno di ogni cosa, nostro e delle nostre vite; la famiglia è ciò che garantisce, unisce e non finisce. La famiglia è il fondamento e la prospettiva che, sorretta da quel “L’amore che move il sole e l’altre stelle” di cui parla Dante, riempie di senso la nostra vita.
Perché di fronte alla realtà e alla sua, spesso eccessiva, influenza sul concetto di famiglia, la risposta di Aurora continua a sorprendere, inevitabilmente.
Articolo scritto da Riccardo Mazza
Stile: 8
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