Anche a scuola si parla digitale
Un Tablet in sostituzione del registro cartaceo. E la chiamano scuola digitale. Si sente spesso, in questo periodo, parlare di innovazioni in ambito scolastico, come l’introduzione di tablet-registri, utili anche a migliorare il metodo di apprendimento… nel caso in cui ogni studente ne possedesse uno. In paesi come Norvegia e Olanda, già da qualche anno, la tecnologia è parte integrante del materiale scolastico di professori e alunni. Fin dal primo anno di scuola, infatti, i bambini entrano in contatto con la tecnologia: ogni aula è dotata di una lavagna multimediale e ogni alunno ha il proprio iPad in cui svolgere i compiti assegnati. Realtà ben diversa da quella italiana che, fino a pochi anni fa, sembrava resistere stoicamente a favore dei metodi tradizionali. Anche la “La riforma della buona scuola” sostiene, almeno sulla carta, l’importanza dello “sviluppo delle competenze digitali con riguardo all’utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media” (Legge 2015, n. 107, art 1 c.7. h), tuttavia il problema sussiste. Il tablet in mano ai soli professori sembra essere quasi un ostacolo, considerati i lunghi tempi impiegati per compilare il registro. Come può questo mezzo svolgere un ruolo nella didattica? La prof.ssa Dianora Bardi – docente di lettere al Liceo Lussana di Bergamo – nel 2010 ha introdotto nelle sue classi i lettori e-book per ogni studente. Il suo progetto non si è limitato all’introduzione della tecnologia, bensì ha reso questa parte attiva del processo di apprendimento facendo risultare l’esperienza scolastica più coinvolgente per gli alunni. Con il progetto “la scuola tra le nuvole” gli studenti possono modificare e contribuire alla scrittura di libri di testo, interagire con altre scuole, fare ricerche immediate imparando quindi anche a gestire meglio il sovraccarico di informazioni che la rete fornisce loro e, quindi, a navigare in maniera più sicura. Questo nuovo approccio permette agli alunni di non assistere più solo passivamente alla lezione, ma di diventarne parte scambiandosi idee, muovendosi per l’aula e dando perciò origine alla “classe scomposta” – titolo dell’omonimo libro. Quest’aula è strutturata in varie sezioni: la biblioteca, l’angolo video e l’angolo discussione in cui si fanno coesistere vecchi metodi e tecnologie: migliorare il clima, le relazioni, la cooperazione significa migliorare le precondizioni a favore dell’apprendimento. Nonostante non si abbiano ancora studi che confermino la correlazione tra le positive esperienze condotte (Liceo Lussana di Bergamo, Istituto Comprensivo Bruno di Osimo, Liceo Classico “Aristofane” di Roma, Liceo Classico Leone XIII di Milano) e il miglioramento significativamente riferito ai livelli specifici di apprendimento, la partecipazione attiva e il livello di cooperazione stabilito sembrano essere ottimi punti di partenza.
Ma queste pratiche didattiche necessitano di docenti formati e soprattutto di spazi adeguati: spesso risulta che gli alunni per classe siano maggiori di quanto la struttura possa sopportare, e le lavagne multimediali, che dovrebbero essere presenti in ogni aula, si incontrano in meno della metà di queste. La tecnologia è sicuramente un potentissimo mezzo che ha però bisogno di essere utilizzato in modo adeguato: non può fungere solo da sostituto a libri o registri ma deve integrarli e migliorarli, avvicinando i nativi digitali ad un sapere profondo e critico.
Articolo scritto da Natalia Bosco, Martina Padoan, Marta Vianelli
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