Mare nostro

TR13_GENNAIO_217 gennaio 2016. Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.

Mare nostro, che non sei nei cieli e abbracci i confini dellisola e del mondo, sia benedetto il tuo sale, sia benedetto il tuo fondale.

Occhi blu mare. Il volto riverso sulla spiaggia, la fine di una vita che chiedeva aiuto al mondo intero, la fine di una vita avvenuta sotto gli occhi del mondo intero. Il suo nome è Aylan e oggi è la sua giornata. Occhi blu mare, lo stesso mare che ha soffocato la vita di più di sei mila persone in due anni. Il suo nome è Mar Mediterraneo. 6000 morti, ognuno dei quali ha un nome, un cognome e aveva una vita. E oggi è la loro giornata.

Accogli le gremite imbarcazioni, senza una strada sopra le tue onde, i pescatori uscite nella notte, le loro reti tra le tue creature, che tornano al mattino con la pesca dei naufraghi salvati.

Mar Mediterraneo, cimitero di vite umane, è via di speranza. Famiglie intere continuano ad abbandonare le loro case e a intraprendere, pur di sfuggire ai bombardamenti, il viaggio più lungo, incerto e difficoltoso della loro vita. Il primo e spesso l’ultimo viaggio della loro vita. Perché il mare non guarda negli occhi e non è in grado di proteggere il loro destino. Noi, purtroppo, da parte nostra, ci riveliamo sempre più incapaci di umanità. Analizziamo il fenomeno, stiliamo grafici, elaboriamo numeri e parliamo a vanvera. Migranti o rifugiati, profughi o clandestini. Continuiamo a fare distinzioni, a cercare di sottoporre all’analisi un flusso che, dimentichiamo, più che migratorio, è umano. Un flusso di esseri umani che cercano la pace che noi viviamo. Nè migranti, né rifugiati, prima di tutto chiamiamoli esseri umani perché, mentre cerchiamo di definirli, essi son già morti abbandonati. Ma il mondo pare capovolto, perché anche quando il mare li ha risparmiati ed essi, scampati al peggio, si stringono a vicenda, sono bloccati da un filo spinato che impedisce loro di raggiungere ciò per cui hanno messo a repentaglio la loro vita. Vivere.

Mare nostro, che non sei nei cieli, allalba sei il colore del frumento, al tramonto delluva di vendemmia. Ti abbiamo seminato di annegati, più di qualunque età delle tempeste.

Uomini e donne, bambini e anziani, voi, vite umane, non sarete dimenticate. Le onde continuano a battere sulla battigia, ma ormai l’odore del mare non è più lo stesso. Il vento che scorre sulla pelle non è più lo stesso. Il brivido non è più lo stesso. L’orizzonte ha un altro sapore, non quello del sublime, ma riaccende prepotentemente i vostri volti che inquietano e inquieteranno la coscienza umana con il feroce pungolo del senso di colpa. Perché meritavate di vivere, ma la tempesta vi ha soffocato e, sotto gli occhi del mondo, rimanete sepolti negli abissi profondi. Ma come la neve di Auschiwitz non è riuscita a spegnere il fuoco dell’olocausto, il mare non riuscirà a disperdere le vostre lacrime. Le vostre speranze continueranno a tuonare negli abissi, del mare, delle coscienze.

Mare nostro, che non sei nei cieli, tu sei più giusto della terra ferma, pure quando sollevi onde a muraglia, poi le abbassi a tappeto.

Sospendiamo ogni giudizio. Riflettiamo. Fuggiremmo anche noi dalla guerra, o meglio, da quelle 33 guerre che oggi sconvolgono il mondo; anche noi, del resto, vorremo continuare a vivere e anche noi, per vivere, spinti dalla miseria, saremmo disposti ad affrontare la morte. E di fronte a questa anche noi vorremo qualcuno che ci tendesse la mano anziché guardarci dietro un filo spinato e ostacolare la nostra, già tanto difficile, ricerca di pace.

Mare nostroCustodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale. Fai da autunno per loro, da carezza, da abbraccio o bacio in fronte di madre e padre prima di partire”.

17 gennaio 2016. Giornata del migrante e del rifugiato. Giornata che, se a ricordarla non fosse stato Papa Francesco, sarebbe passata inosservata, e, con essa, quelle migliaia di persone che oggi, come ogni giorno, meritano di essere ricordate.

Articolo scritto da Riccardo Mazza

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