COP 21: un traguardo o una sosta?
L’accordo raggiunto alla Conferenza di Parigi sul clima impone una riflessione sulle best practices utili a contenere il surriscaldamento globale
Entrerà in vigore il 2020 e non prima che il 55% degli stati responsabili del 55% delle emissioni di gas serra lo abbiamo ratificato, l’accordo firmato a Parigi da 195 Paesi per contenere al disotto di 2 gradi l’aumento della temperatura della Terra. Un accordo salutato di capi di Stato come uno storico traguardo, ma contestato dalle associazioni ambientaliste perché giudicato troppo blando. Ma cosa c’è dietro l’allarme del climate change?
Durante tutto il XX secolo si è sviluppato – ed è ancora in corso – un mutamento climatico le cui responsabilità appartengono all’uomo e soprattutto allo sviluppo economico avviato subito dopo la seconda guerra mondiale. Uno sviluppo e una industrializzazione promossi soprattutto dallo Stato e che, viste le dimensioni, doveva essere sostenuta dalla disponibilità di fonti di energia. Lavatrici, televisori o frigoriferi migliorano la vita delle famiglie ma producono sostanze inquinanti che, introdotte nell’ambiente in modo continuativo e incontrollato, danneggiano acqua, sottosuolo e aria. Le sostanze inquinanti scaricate in massa dalle industrie nelle acque di fiumi, laghi e mari; l’inquinamento del suolo dovuto a fertilizzanti e antiparassitari; l’inquinamento dell’aria a causa dei gas come i clorofluorocarburi (che sono stati impiegati come solventi nell’industria chimica): tutto questo è alla base dell’alterazione dell’intero ecosistema, per arrivare al temutissimo buco nell’ozono dovuto all’effetto serra.
La dose di radiazioni UV che raggiunge la superficie terrestre insterilisce innumerevoli forme di vita o blocca la fotosintesi delle piante; distrugge anche l’uomo, ne danneggia la pelle e causa tumori. Il parziale scioglimento dei ghiacci delle calotte polari e l’innalzamento del livello dei mari sono emergenze ospitate quotidianamente dai media. È di qualche mese fa la foto dell’orso bianco stremato per l’ormai insopportabile temperatura; la sua è una delle 18mila specie a rischio estinzione; così come a rischio è la sopravvivenza di quel polmone verde del pianeta che è la foresta amazzonica: 550mila i km quadrati andati perduti e altrettanti quelli in forse, se non interviene una coraggiosa politica di tutela che coinvolga gli Stati e limiti lo strapotere di lobbies e multinazionali
Ora, alla Conferenza di Parigi appena conclusa si è stabilito di ridurre il riscaldamento globale di 2 gradi rispetto all’era preindustriale. Prima del 2030 l’emissione dei gas serra non dovrà superare i 40 milioni di tonnellate. Ma per riuscirci bisognerà passare dalle energie fossili a quelle rinnovabili e Paesi come la Cina e l’India, fortemente dipendenti dal carbone, dal 2020 dovranno pagare 100 miliardi di dollari all’anno per diffondere le energie verdi prodotte da pannelli solari e pale eoliche. Ogni 5 anni ci sarà una revisione per ogni Paese ma per chi violerà l’accordo non sono previste sanzioni.
Proteggere la Terra è l’incarico che tutti dovranno prendere – a partire da un’attenta raccolta differenziata – perché nessuno deve sentirsi esonerato dall’impegno combattere l’inquinamento: l’obiettivo è un pianeta ricco di specie animali e vegetali di cui potranno godere anche le generazioni future. E in definitiva la posta in gioco è la riconquista di una dignità che l’uomo pare aver perduto quando ha anteposto i suoi interessi economici e politici al rispetto del pianeta.
Articolo scritto da Giorgia Fumarola
Stile: 3
Originalità: 3
Messaggio positivo: 3
Cogitabilità: 2