La banalita’ del male
16 Gennaio 2016. Attentato di Al Qaeda nella capitale Ouagadougou, Burkina Fasu. 23 morti e 33 feriti.
Ancora.
Ancora violenza, morti, stragi, malvagità. Pare che l’uomo abbia dimenticato di essere un uomo, di essere circondato da altrettanti uomini e di possedere un’immensa umanità. Vive per uccidere. Che strano. E non si tratta solo di attentati terroristici, del recente “fenomeno” Isis, dei morti al Bataclan o di Charlie Hebdo, per citare quelli di cui oggi sentiamo più parlare. No, purtroppo no. Il male ha mille sfaccettature. Si guarda indietro alla due Guerre Mondiali e si rimane quasi stupiti dinanzi alla scelleratezza del Novecento. E adesso invece? Dov’è il progresso? Ci sono ancor gli occhi pieni di lacrime di bambini che hanno fame, costretti a lavorare e costretti a combattere. Ci sono donne che non hanno la libertà di indossare ciò che vogliono, di truccarsi, di uscire da sole, di lavorare e di votare. C’è un presidente che annuncia fiero di aver testato una bomba a idrogeno, dichiarando di essere pronto ad usarla. C’è un mare nero che inghiotte migranti. Ci sono uomini che si sentono liberi di poter stuprare le donne, e addirittura di progettare uno stupro e farlo “tutti insieme appassionatamente”. C’è il bullo della scuola che isola e insulta un ragazzo perché, a suo avviso, troppo magro o troppo grasso, gay o “secchione” e magari lo picchia pure. E l’elenco non finisce qui, purtroppo.
Unde malum? Da dove viene questo male che si è manifestato nel corso dei secoli? Non si tratta di risalire all’origine di un conflitto o di una organizzazione criminale, bensì si tratta di capire che cosa abbia perso l’uomo tanto da poter arrivare ad uccidere altri uomini. Questo è ancora più importante comprenderlo oggi alla luce dell’ormai diffuso e dominante sentimento di follia.
Hannah Arendt si era posta esattamente lo stesso quesito quando seguì le 120 sedute del Processo Eichmann come inviata del settimanale New Yorker. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era stupidità, ma qualcosa di decisamente più negativo: l’incapacità di pensare. Eichman infatti non era un sadico e non godeva del male, ma semplicemente eseguiva gli ordini senza riflettere sulle conseguenze e sul senso delle proprie azioni. Eichman, e tutti coloro che sterminarono il popolo ebraico, avevano perso la caratteristica che distingue gli uomini da tutti gli altri esseri viventi: la ragione. Avevano totalmente smarrito la facoltà di pensare, di discernere, di formulare giudizi.
Questo è quello che accade anche oggi. Cos’è che porta un kamikaze a farsi esplodere e suicidarsi? Perché oggi più che mai domina la follia e non la ragione? Tahar Ben Jelloun ha provato a dare una risposta nel suo libro di recente uscita, È questo l’Islam che fa paura. Qui l’autore non fa altro che rispondere alla domande della figlia (“Papà, dobbiamo avere paura dell’Islam?”) che oggi ci poniamo tutti e lo fa spiegandole in primo luogo come e perché nascano i fanatismi ed in particolare l’Isis. Le spiega ad esempio come nel Corano la parola jihad abbia in realtà il bellissimo significato di ricerca spirituale, come spesso il Corano appaia violento, ma di come allo stesso tempo condanni qualunque attentato alla vita di un innocente. La sura 5, versetto 32 ad esempio dice: “colui che ha ucciso un uomo che non ha ucciso è come se avesse ucciso tutti gli uomini; e colui che salva un sol uomo è considerato come se avesse salvato tutti gli uomini”. Giunge infine all’idea che sia estremamente necessaria l’istruzione, la cultura, lo studio e l’approfondimento. Scrive infatti come conclusione del suo libro: “Eppure bisogna scrivere, dire, scrivere con rigore, e peccato se il presente si perde negli scoppi delle bombe”.
È una frase che bisogna sottolineare più e più volte perché, nella sua semplicità, contiene l’arma necessaria per combattere il male. Il male, come sostiene Hannah Arendt, è solo una banalità e come tale dovrebbe essere facilmente risolvibile. Se c’è un vuoto, bisogna riempirlo. Bisogna portare la bellezza della cultura ovunque. Bisogna scrivere, perché non basteranno mai le parole per esprimerci. Bisogna ritrovare la capacità di pensare e di essere nient’altro che uomini.
Articolo scritto da Giulia Mannino
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