Quando la giacchetta nera diventa rosa

TR06_novembre_2“Arbitraaa, falloo! Dovevi fischiareee!”

“Ma cosa stai dicendo? Si dice arbitressa!”

“No, secondo me si dice arbitro! Come gli uomini di serie A!”

Il regolamento del gioco del calcio a pagina sette scrive: “Il genere maschile utilizzato nel testo del regolamento, trattando di arbitri, è stato adottato per ragioni di semplificazione, ma questo nome identifica ed è riferito sia agli uomini che alle donne”. Dilemma risolto, allora? Certo che no, soprattutto per quei genitori che stanno ancora sbraitando in tribuna per decidere come chiamare quello strano essere che si aggira in campo in mezzo ai i loro figli. Un arbitro con i capelli lunghi e le forme (anche se non troppo) femminili. Un’arbitressa, insomma.

Poco importa che l’arbitressa, pardon l’arbitra,  abbia iniziato questo percorso l’anno scorso, frequentando un corso  bisettimanale per più o meno tre mesi. Poco importa se, come i suoi compagni di corso maschi, poi ha superato un esame teorico e una prova pratica. Poco importa se partecipa alle varie riunioni della sezione con i colleghi dell’altro sesso. Poco importa se ogni week end macina chilometri su e giù per i campi fischiando a più non posso tra ragazzini urlanti. Con il sole, con la pioggia, con il caldo, con il freddo e con il gelo.

Identici obblighi e vantaggi rispetto ai maschi, in sezione e per la Figc.

Diversa, diversissima, diametralmente opposta la percezione in campo. Dove l’arbitro è per lo meno cornuto, ma l’arbitra è del tutto fuori posto. Perché gli spettatori, invece di pensare a come una donna arbitra, giudicano il fatto che sia una ragazza e tentano di capire come chiamarla? Perché ogni week end al centro sportivo di turno gli sguardi sconcertati dei dirigenti, le occhiatacce degli allenatori e le paroline sussurrate alle spalle dei giocatori fanno da colonna sonora al fischietto?
In Italia, ma non solamente nel nostro Bel Paese, le donne arbitro sono ancora una rarità. Questo viene visto come uno sport, un mestiere, che dovrebbe essere riservato solo agli uomini. “Come può una ragazzina mettere ordine tra 22 bestioni sudati e urlanti?” si sussurra, neppure poi tanto a bassa voce, alle spalle della malcapitata. Che peraltro è in buona compagnia. E’ un dato di fatto del resto che anche in altri sport la parità di genere sia un miraggio.

Billy Elliot insegna: un ragazzo ballerino non va, meglio un famoso pugile. E siamo tutti felici e contenti, senza battutine e occhiatacce.

Perché se un uomo rivolge le sue attenzioni a una pratica generalmente femminile è screditato e insultato? Perché se una donna vuole intraprendere una carriera solitamente maschile viene additata come diversa?

Impossibile dare una risposta univoca e oggettiva a questa domanda, in quanto ciò che chiunque potrebbe rispondere sarebbe altamente influenzato dalle sue esperienze passate e dalle sue opinioni personali.  Ognuno però deve riflettere in cuor suo per quanto riguarda la risposta a queste domande poiché la situazione è certamente migliorabile. Anzi, deve essere migliorata. Tutto ciò dipende principalmente da noi. Da ognuno di noi.

Articolo scritto da Silvia Lucchesi

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