E se fosse per sempre?
Who wants to live forever?(Chi vuole vivere per sempre?) cantavano i Queen in sottofondo al colossal Highlander-l’ultimo immortale. Do you really want to live forever (Vuoi davvero vivere per sempre?) chiedevano gli Alphaville qualche anno prima. Una domanda che nasce con l’uomo ma che non trova ancora una risposta precisa, allora quanto vivremo? Non saprei, il più possilbile.
Da quanto affermano le stastiche, soffiare su cento candeline sarà prassi per i nuovi nati del terzo millennio, fra i quali i più fortunati raggiungeranno l’esorbitante traguardo dei 135 anni.
Il raggiungimento di quest’età veneranda, sembra essere il coronamento di un sogno che l’umanità insegue sin dai tempi antichi. Da Erodoto, che collocava in Etiopia la mitica fonte dell’eterna giovinezza; fino al più moderno Dorian Gray, pronto a vendere l’anima al diavolo pur di assicurarsi una forma distorta di immortalità.
Insomma, pare proprio che l’uomo moderno sia pronto a tutto pur di interrompre, o per lo meno arginare, l’incessante e inesorabile scorrere del tempo. Ma chi ci assicura che sarebbe un bene? Certo non Adeline Bowman, protagonista del film Adeline-l’eterna giovinezza che ha debuttato nelle sale italiane il 23 aprile scorso. Adeline, che all’apparenza è una ventinovenne bionda, è destinata a restarlo per sempre da quando, nel 1937, è sopravvissuta miracolasamente ad un incidente stradale. Il fulmine che la colpisce le dona l’immortalità e l’eterna giovinezza: un sogno se lo immagini, un incubo se lo vivi. Paradossalmente, pur avendo a sua disposizione una quantità infinita di tempo, Adeline deve rinunciare a vivere e ad innamorarsi perché «non è la stessa cosa quando non si può invecchiare insieme». Pur potendo contare su un inesauribile futuro, la donna non può godere il presente. Ma possiede davvero il futuro chi non ha altro? D’altronde, cosa farebbe ognuno di noi di un’infinità di tempo? Forse capirebbe come Adeline che «ha vissuto, ma non ha mai avuto una vita».
Forse conviene mettere da parte i sogni da Matusalemme e accettare l’inizio e la conclusione di un ciclo, anche di quello vitale. In fondo, come saggiamente scriveva Seneca a Lucilio, «la vita è come una commedia: non importa quanto sia lunga, ma se venga rappresentata bene. Non importa dove finirai di vivere. Finisci dove vuoi, soltanto cerca di finire bene». La morte in fondo è soltanto una restituzione del dono della vita che ci è stato dato in prestito. Smettiamola di ricercare incessantemente la pietra filosofale o l’immortalità.Così come abbiamo imparato a vivere, dobbiamo imparare anche a morire.
D’altronde, diceva Albus Silente ad Harry Potter «la morte, per una mente ben organizzata non è che una nuova, grande avventura». E se fosse per sempre? Magari no, ché magari la vita è meravigliosa proprio perché ha una fine.
Articolo scritto da Flavia Di Silvestro
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