Il coraggio di cambiare rotta

TR09_dicembre_2“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.” Giovanni Falcone

L’omertà è uno dei mali più terribili della società,ma per fortuna,esistono numerosi testimoni di giustizia che hanno avuto il coraggio di dire no alla mafia .Una grande donna che ha avuto il coraggio di denunciare la ‘ndrangheta,di schierarsi contro i suoi cari,di ribellarsi ad un sistema che ha respirato sin dalla tenera età, è stata Lea Garofalo.

Lea nasce il 24 aprile 1974 a Petilia Policastro,in Calabria da una famiglia esponente della malavita organizzata calabrese. Il fratello,Floriano, gestiva affari milanesi dalla Calabria. Lea si innamora di Carlo Cosco, e insieme vanno a vivere a Milano. Il 4 Dicembre dalla coppia nasce Denise. Quando il suo compagno viene arrestato la prima volta per traffico di stupefacenti,Lea decide di lasciarlo e questo gesto suscita in lui una reazione violenta. Infatti secondo le regole delle cosche mafiose,una donna non può lasciare un boss,è inconcepibile. Da qui inizia il calvario di Lea insieme alla sua piccola figlia. I Cosco le stanno addosso,e nel 2002, provocano l’incendio della sua auto, così la giovane donna decide di rivolgersi ai Carabinieri per denunciare i traffici illeciti dell’ex compagno. Lea e Denise vengono poste sotto un programma di protezione come testimoni di giustizia. La loro vita viene stravolta e nonostante tutto lo Stato non riuscirà mai a dare loro la tutela necessaria,anzi il suo apporto è giudicato non significativo e per questo le viene revocata la protezione di Stato. Successivamente viene riammessa nel programma ma poco dopo decide volontariamente di ritornare nel suo paese nativo per poi trasferirsi a Campobasso. Sembra che i rapporti con l’ex compagno siano migliorati,ma in realtà quando la donna lo chiama per un guasto alla lavatrice,lui le manda un uomo con l’intento di rapirla ed ucciderla. Grazie al tempestivo intervento di Denise, la donna riesce a sfuggire all’inganno. Carlo non si arrende, così invita Denise a Milano e Lea la segue,consapevole del rischio ma convinta che insieme alla figlia non le sarebbe successo nulla. Il 24 novembre, madre e figlia, passeggiano per le vie milanesi quando Carlo prende la figlia e la accompagna a casa del fratello per farle salutare i suoi parenti. Carlo Cosco uccide la sua ex compagna con un cordino che si è soliti usare per raccogliere le tende,poi il corpo è messo in uno scatolone e portato altrove per essere bruciato. Quando la sera Denise non vede tornare la madre,intuisce immediatamente una tragica sorte e si fa accompagnare ai carabinieri,con la certezza che la madre non si è allontanata volontariamente,ma che è stata uccisa. Il 18 ottobre 2010 Carlo Cosco viene arrestato.

Durante il processo di primo grado,Denise si costituisce parte civile,schierandosi orgogliosamente contro il padre. Sei gli imputati,con l’accusa di aver sequestrato torturato e ucciso Lea Garofalo. La sentenza di secondo grado,e successivamente la Corte di Cassazione hanno confermato l’ergastolo per quattro degli imputati ,tra cui Carlo Cosco,hanno ridotto la pena ad un collaboratore ed hanno assolto uno dei fratelli Cosco.

La storia di Lea è un esempio di grande coraggio,perché questa donna per dare un futuro dignitoso alla figlia,per liberarsi dall’opprimente potenza della ‘ndrangheta,si è opposta alla sua condizione familiare,andando contro tutti,mettendo a rischio la sua vita e quella della figlia. Ma dalla sua vicenda emerge una triste realtà,quella dei testimoni di giustizia che spesso non sono abbastanza tutelati dallo Stato. Noi cittadini abbiamo il dovere di non sottometterci ai mali della società chinando il capo,ma di gridarli a testa alta. Dall’altro canto, lo Stato ha il dovere di proteggere coloro i quali denunciano eventi criminosi,e permettono di spolverare un po’ il nostro paese. Perché per renderlo completamente pulito,la strada è ancora lunga!

Articolo scritto da Marta Scollo

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