Il prezzo dell’eccellenza

TR14-Febbraio-2La primavera sta iniziando a Tokyo; i sakura, alberi di ciliegio, si stanno preparando a fiorire e a regalare ai giapponesi la bellezza delicata, ma di breve permanenza dei loro fiori durante l’hanami, tradizione che consiste nell’ammirare la fioritura di questi boccioli, nei verdissimi parchi cittadini, accerchiati da grattacieli e tabelloni pubblicitari. Il Giappone è il simbolo della perfetta armonia tra tradizione e innovazione: città ultra-moderne che riescono a combinare l’architettura più avvenieristica e quella con radici più antiche, un popolo proiettato nel futuro che, però non manca mai di celebrare e proprie feste tradizionali provenienti dal passato.

L’economia giapponese è una delle più sviluppate a livello mondiale e tutt’ora in crescita grazie al settore terziario ma, parallelamente, in tantissime zone il sostentamento economico proviene ancora dall’agricoltura, in particolare quella del riso. Il livello di sviluppo industriale di questa nazione suscita le invidie di mezzo globo, anche grazie alla sua sostenibilità: situazione ben diversa da quella del suo prepotente vicino, la Cina. Una terra martoriata da millenni da innumerevoli disastri ambientali, tra cui terremoti e tsunami; una terra che, tuttavia, è riuscita a sfruttare queste disgrazie a suo favore, sviluppando le migliori innovazioni per la precauzione sismica, grazie alla formazione di un vastissimo numero di ingegneri e architetti specializzati, apprezzati in tutto il mondo.

Ma, qual è il prezzo di tutta questa eccellenza?

32 mila persone l’anno scelgono di suicidarsi, 100 al giorno, 1 ogni 15 secondi; in questo modo il Giappone si ritrova ad avere il triste primato per il più alto tasso di suicidi tra i paesi del primo mondo. E’ un fenomeno che colpisce ogni stato sociale senza esclusione di colpi, basti pensare che è la 3^ causa di morte preceduta solo da cancro e patologie cardio-vascolari. Una tragedia riconosciuta a livello sociale e per cui si sono presi provvedimenti effettivi solo a partire da pochi anni fa.

Il suicidio in Giappone è così sviluppato e così radicato nella società, che è  diventato anche un fenomeno mediatico di cui molti aproffitanto per fare soldi; in circolazione esistono addirittura manuali per la perfetta esecuzione di esso, con una vasta scelta tra le più disparate descrizioni per ogni dinamica: impiccagione, avvelenamento, salto nel vuoto, oppure, molto popolare in questo periodo, intossicazione tramite stufe a carbone. Inoltre, con l’avvento di Internet, sono proliferati i suicidi di gruppo organizzati tramite chat on-line, in cui persone con il medesimo intento scelgono di organizzarsi per tenersi compagnia durante la morte. Non mancano poi i luoghi entrati nell’immaginario comune come perfette zone per togliersi la vita: la Foresta di Aokigahara, ai piedi del Monte Fuji, è talmente nota per questo che sono stati distribuiti al suo interno cartelli i quali  invitano i futuri suicidi a rivalutare le proprie intenzioni e, per di più, molti film e libri sono stati ambientati propri lì.

Nonostante la sua fama e i suoi numeri siano aumentati esponenzialmente solo negli ultimi decenni, il darsi la morte da soli è sempre stato uno dei lati oscuri di questa popolazione. Infatti, già dal periodo dei samurai esisteva un preciso rituale di morte, ‘seppuku’, da eseguire se colpevoli di un peccato di cui ci si voleva liberare e se si voleva scampare ad una morte disonorevole. Un esempio più recente sono i kamikaze, giovani soldati che, durante la seconda guerra mondiale, si toglievano la vita, facendo saltare in aria con i propri aerei le navi americane.

Ai nostri giorni, però, le motivazioni di questo gesto sono cambiate radicalmente, mentre un tempo era un mezzo per dimostrare il proprio onore e patriottismo, ora è causa della pressione sociale che tartassa questo popolo così pieno di fascino e così complicato agli occhi di un occidentale. La causa principale del primo boom di  suicidi fu lo scoppio della bolla economica negli anni ’90 che mise in ginocchio l’intera nazione e che ridusse moltissimi giapponesi in situazioni economiche tanto gravi da non vederne alcuna via d’uscita. Andando avanti con il tempo e stabilizzandosi la situazione, i casi di depressione e di insoddisfazione sono rimasti, determinati principalmente dalla mentalità tipica dei giapponesi solita a stigmatizzare molto pesantemente tutti coloro che non sono riusciti ad avere ‘successo’ nelle loro vite, creando sui soggetti più fragili e sensibili una pressione sociale tale che alcuni preferiscono il suicidio ad una vita marchiati per sempre come ‘falliti’ e per questo disprezzati.

Così come il fiore di ciliegio preferisce la caducità delle bellezza alla durata della resistenza, il popolo giapponese  preferisce l’eccellenza dei suoi individui alla loro serenità.

Articolo scritto da Sara Scotti

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