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In corsa verso una nuova integrazione

TR02_marzo_2Individuare l’identità dei popoli nomadi europei è sempre stata una difficile questione su cui storici, critici e studiosi della contemporaneità ancora non hanno trovato un punto di condivisione comune, che si basi su dati concreti e argomentazioni sicure. Esistono posizioni diverse, che molto spesso si influenzano a vicenda, incrementando talvolta odio, talvolta rispetto nei confronti dei Rom. C’è chi sostiene che i loro usi e costumi e la loro identità culturale prendano la forma e i caratteri di quelli dei paesi in cui si stanziano e che quindi i popoli nomadi non abbiano, di base, degli elementi unificanti. Tuttavia, la loro identità si potrebbe individuare nel loro essere Rom in quanto tale, quindi diverso rispetto all’essere gagò (non rom).

Certamente, la loro è una cultura totalmente diversa dalla nostra e, probabilmente, ciò è alla base della credenza per lo più comune a tutti che gli zingari rubino o che siano ingrati, indegni, degenerati, “geneticamente criminali”, come aveva affermato il medico nazista Robert Ritter.

Certo è che al giorno d’oggi non si potrebbe negare che alcuni di essi rubino o che abbiano poca gratitudine nei confronti dei territori in cui si trovano. Ma, allo stesso modo, si deve tenere a mente che solamente alcuni di grandi e numerose popolazioni nomadi facciano ciò. E, dunque, come per ogni cosa, non si dovrebbe generalizzare.

Va ricordato, inoltre, il Parrajmos, lo sterminio nazista di 500.000 persone dei popoli nomadi europei, avvenuto il 2 agosto 1944. Di qui, due le date fondamentali: 11 settembre 1940, quando gli zingari italiani furono internati nei campi di Agnone e delle Tremiti; e 26 febbraio 1943, giorno in cui si procedette alla deportazione di Rom e Sinti a Birkenau. I nazisti di questa grande devastazione perseguirono lo stesso obiettivo che avevano nutrito compiendo il genocidio degli ebrei o ancora degli armeni: “far scomparire un intero popolo, la sua gente, la sua cultura, la sua lingua”, come affermò Roberto Olla, famoso giornalista e scrittore italiano.

Egli si è occupato, in diversi servizi e documentari, di analizzare e individuare il fulcro della cultura dei popoli nomadi, con i suoi aspetti positivi e negativi, e anche di indagare e  comprendere i presupposti di certi atteggiamenti e della mentalità dei cittadini europei, con gli estremismi di alcuni e le idee più moderate di altri.

I nomadi non si annulleranno mai nelle loro abitudini, sono popoli liberi che rifiutano le frontiere e le attraversano. E in nome di quell’ideale di un’Europa senza frontiere, tutte le popolazioni dovrebbero uscire dalle solite convenzioni e dalla credenza di sempre, aprire la mente e riconoscere quelle piccole tradizioni che i Rom conservano, pur cambiando nel tempo  il loro stile di vita. Per contro, anche i Rom dovrebbero avere cura dei territori su cui si stanziano, considerandosi non ospiti ma piuttosto parte integrante di essi e quindi rispettare per essere rispettati, in un rapporto di reciproca  collaborazione con le popolazioni europee.

Articolo scritto da  Giulia Pellini

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