Senza confini
Quando nel 1816 affondò la nave francese Medusa, i passeggeri si rifugiarono per diverse settimane su una zattera. Fu un’esperienza terribile in cui molti morirono.
Nel 1818 Theodore Gericault realizzò il famoso dipinto La zattera della Medusa, chiaramente ispirato all’episodio di cronaca della nave francese. Il quadro esprime un contenuto preciso: la vita umana è sempre in bilico fra la speranza e la disperazione.
Negli scorsi giorni, al largo delle Canarie sul fondale sabbioso di Lanzarote, l’artista Jason deCaires Taylor ha immerso la sua Zattera di Lampedusa. Si tratta di una scultura che raffigura un gommone con a bordo alcuni migranti, scultura potente ed evocativa che rimanda inevitabilmente al celebre dipinto di Gericault e che vuole ricordare le migliaia di migranti morti in mare mentre cercavano di inseguire il loro “sogno europeo”.
Sono morti, ma continuano a morire. Per quanto le nostre orecchie siano ormai abituate a tali notizie, sono ancora molte le persone che fuggono dai loro paesi d’origine, dove ormai la mera sopravvivenza è impossibile. Fuggono da aree devastate da conflitti e guerre intestine, dove non esiste la libertà di associazione e d’espressione… Lasciano la morte, consapevoli di poterla trovare ancora, in mezzo a quel mare che inghiotte vittime. Tuttavia preferiscono partire in condizioni di insicurezza e forte precarietà, non per trovare una vita migliore, ma per conservare la loro stessa vita. Per Saskia Sassen, sociologa della Columbia University, «la storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità». È un fenomeno complesso che non può essere risolto con «soluzioni temporanee», sostiene ancora Saskia Sassen. Ma come risolverlo? Sono parecchie le soluzioni avanzate, quali siano realmente efficienti è difficile saperlo. I numeri di immigrati sono alti e ingestibili e spesso non vengono affrontati in primis i motivi che portano le persone a fuggire. Così, mentre regna la cattiva informazione si diffondono false notizie come “portano l’ebola”, “ci rubano il lavoro” o ancora “guadagnano 30 euro al giorno”, qualcuno cerca la gloria con un meschino razzismo.
Molti altri però danno grandi lezioni di umanità. Vengono da tutto il mondo per accogliere siriani, iracheni, afghani, iraniani, nordafricani. Garantiscono la loro presenza laddove c’è più necessità, di giorno e di notte. Sentono le grida d’aiuto, ma non hanno paura. Sono i Volontari con la v maiuscola. A Lesbo gli abitanti e molte altre persone lavorano parecchio per accogliere gli immigrati, assisterli, dare a loro e ai bambini un rifugio, coperte e cibo. C’è chi di notte sta sveglio con le torce accese sulla spiaggia; ci sono le anziane di Lesbo che badano ai più piccoli; ci sono i Clowns without borders, il cui unico motto è “mai perdere il sorriso”, che con la loro allegria fanno ridere i bambini. E non si trovano solo a Lesbo, ma in ogni luogo in cui c’è bisogno di solidarietà e collaborazione. Sono queste le parole-chiave che servono al mondo, un mondo che non abbia gabbie, mura, ostacoli. Un mondo senza confini.
Articolo scritto da Giulia Mannino
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